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anno 3° n. 32 del 6 MAGGIO 2012
V DOMENICA DI PASQUA (Anno B)
(all'interno: Liturgia del giorno ed ascolto del Vangelo)

Liturgia di oggi

Introduzione

Rimanere e portare frutto: in questo modo il Vangelo di oggi descrive la relazione tra Gesù e noi. Stare con Gesù ci dona libertà, pienezza di vita, capacità di amore e rispetto del valore della vita di ogni uomo. Accogliamo l'invito dalla liturgia e anche noi rimaniamo in Lui, nell'Eucaristia e nella vita.

 .
Prima lettura -
·AT 9,26-31:
Barnaba presenta Paolo agli apostoli.
La Chiesa, rimanendo fedele al Signore risorto, vive in pace e cresce grazie all'azione dello Spirito.

Dal Salmo - 21: A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea.

Il salmo ci invita a lodare il Signore e a vivere per lui, nell'annuncio della giustizia.

Seconda lettura - 1Gv 3,18-24:
Questo è il suo comandamento: che crediamo e amiamo.

San Giovanni ci invita a centrare la nostra fede su Cristo e a vivere di conseguenza secondo il comandamento dell'amore.


Canto al Vangelo -
 Gv 15,4.5:  

Alleluia, alleluia.  Rimanete in me e io in voi, dice il Signore, chi rimane in me porta molto frutto.  Alleluia.

Vangelo - Gv 15,1-8:
Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto.
L'immagine evangelica della vigna ci ricorda che solo l'unione con la fonte della vita può permetterci di non diventare mai aridi, ma di portare al mondo i frutti dell'amore.
 
<< V Domenica di Pasqua >>


LITURGIA DEL GIORNO - ASCOLTO DEL VANGELO
(www.lachiesa.it)
  


Approfondimenti

Proseguiamo il cammino della Novena in onore di San Tommaso approfondendo la conoscenza del grande apostolo del Signore, lasciandoci ammaestrare dall’insegnamento del Santo Padre Benedetto XVI:

TOMMASO

Cari fratelli e sorelle, proseguendo i nostri incontri con i dodici Apostoli scelti
direttamente da Gesù, oggi dedichiamo la nostra attenzione a Tommaso. Sempre presente nelle quattro liste compilate dal Nuovo Testamento, egli nei primi tre Vangeli è collocato accanto a Matteo, mentre negli Atti si trova vicino a Filippo. Il suo nome deriva da una radice ebraica, ta'am, che significa "appaiato, gemello". In effetti, il Vangelo di Giovanni più volte lo chiama con il soprannome di "Didimo", che in greco vuol dire appunto "gemello". Non è chiaro il perché di questo appellativo.
Soprattutto il Quarto Vangelo ci offre alcune notizie che ritraggono qualche lineamento significativo della sua personalità. La prima riguarda l'esortazione, che egli fece agli altri Apostoli, quando Gesù, in un momento critico della sua vita, decise di andare a Betania per risuscitare Lazzaro, avvicinandosi così pericolosamente a Gerusalemme. In quell'occasione Tommaso disse ai suoi condiscepoli: "Andiamo anche noi e moriamo con lui". Questa sua determinazione nel seguire il Maestro è davvero esemplare e ci offre un prezioso insegnamento: rivela la totale disponibilità ad aderire a Gesù, fino ad identificare la propria sorte con quella di Lui ed a voler condividere con Lui la prova suprema della morte. In effetti, la cosa più importante è non distaccarsi mai da Gesù.
D'altronde, quando i Vangeli usano il verbo "seguire" è per significare che dove si dirige Lui, là deve andare anche il suo discepolo. In questo modo, la vita cristiana si definisce come una vita con Gesù Cristo, una vita da trascorrere insieme con Lui. (...)
Un secondo intervento di Tommaso è registrato nell'Ultima Cena. In quell'occasione Gesù, predicendo la propria imminente dipartita, annuncia di andare a preparare un posto ai discepoli perché siano anch'essi dove si trova lui; e precisa loro: "Del luogo dove io vado, voi conoscete la via". È allora che Tommaso interviene dicendo: "Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?". In realtà, con questa uscita egli si pone ad un livello di comprensione piuttosto basso; ma queste sue parole forniscono a Gesù l'occasione per pronunciare la celebre definizione: "Io sono la via, la verità e la vita". È dunque primariamente a Tommaso che viene fatta questa rivelazione, ma essa vale per tutti noi e per tutti i tempi. Ogni volta che noi sentiamo o leggiamo queste parole, possiamo metterci col pensiero al fianco di Tommaso ed immaginare che il Signore parli anche con noi così come parlò con lui. Nello stesso tempo, la sua domanda conferisce anche a noi il diritto, per così dire, di chiedere spiegazioni a Gesù. Noi spesso non lo comprendiamo.
Abbiamo il coraggio
di dire: non ti comprendo, Signore, ascoltami, aiutami a capire. In tal modo, con questa franchezza che è il vero modo di pregare, di parlare con Gesù, esprimiamo la pochezza della nostra capacità di comprendere, al tempo stesso ci poniamo nell'atteggiamento fiducioso di chi si attende luce e forza da chi è in grado di donarle.
Notissima, poi, e persino proverbiale è la scena di Tommaso incredulo, avvenuta otto giorni dopo la Pasqua. In un primo tempo, egli non aveva creduto a Gesù apparso in sua assenza, e aveva detto: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò!". In fondo, da queste parole emerge la convinzione che Gesù sia ormai riconoscibile non tanto dal viso quanto dalle piaghe. Tommaso ritiene che segni qualificanti dell'identità di Gesù siano ora soprattutto le piaghe, nelle quali si rivela fino a che punto Egli ci ha amati. In questo l'Apostolo non si sbaglia. Come sappiamo, otto giorni dopo Gesù ricompare in mezzo ai suoi discepoli, e questa volta Tommaso è presente. E Gesù lo interpella. (...) A questo proposito commenta Sant'Agostino: Tommaso "vedeva e toccava l'uomo, ma confessava la sua fede in Dio, che non vedeva né toccava.
Ma quanto vedeva e toccava lo induceva a credere in ciò di cui sino ad allora aveva dubitato". L'evangelista prosegue con un'ultima parola di Gesù a Tommaso: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno". Questa frase si può anche mettere al presente: "Beati quelli che non vedono eppure credono". In ogni caso, qui Gesù enuncia un principio fondamentale per i cristiani che verranno dopo Tommaso, quindi per tutti noi. È interessante osservare come un altro Tommaso, il grande teologo medioevale di Aquino, accosti a questa formula di beatitudine quella apparentemente opposta riportata da Luca: "Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete". Ma l'Aquinate commenta: "Merita molto di più chi crede senza vedere che non chi crede vedendo". In effetti, la Lettera agli Ebrei, (...) definisce la fede come "fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono". Il caso dell'apostolo Tommaso è importante per noi per almeno tre motivi: primo, perché ci conforta nelle nostre insicurezze; secondo, perché ci dimostra che ogni dubbio può approdare a un esito luminoso oltre ogni incertezza; e, infine, perché le parole rivolte a lui da Gesù ci ricordano il vero senso della fede matura e ci incoraggiano a proseguire, nonostante la difficoltà, sul nostro cammino di adesione a Lui. (...)
Secondo un'antica tradizione, Tommaso evangelizzò prima la Siria e la Persia e poi si spinse fino all'India occidentale, da dove poi il cristianesimo raggiunse anche l'India meridionale. In questa prospettiva missionaria terminiamo la nostra riflessione, esprimendo l'auspicio che l'esempio di Tommaso corrobori sempre più la nostra fede in Gesù Cristo, nostro Signore e nostro Dio.
 

          

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